Baudelaire è uno dei primi autori a esprimere in modo consapevole il disagio dell’uomo moderno: nelle sue poesie emerge lo spleen, cioè la noia, l’angoscia e il senso di estraneità nella città moderna. Questa crisi della modernità la ritroviamo anche in Flaubert, ma trasformata in ambito narrativo. Flaubert non reagisce con la confessione personale, bensì con il tentativo opposto: eliminare se stesso dall’opera e raggiungere la massima oggettività e perfezione formale. Entrambi sentono la frattura tra individuo e società moderna, ma Baudelaire la esprime in modo lirico e soggettivo, Flaubert con distacco e rigore stilistico.
Flaubert pone le basi del romanzo moderno attraverso l’impersonalità e l’osservazione attenta della realtà. Zola parte proprio da questa eredità, ma la sviluppa in senso ancora più radicale: secondo lui, lo scrittore deve comportarsi come uno scienziato che osserva e sperimenta. Nasce così il Naturalismo, dove i personaggi sono studiati come “casi” determinati da ereditarietà e ambiente sociale. Se in Flaubert l’oggettività è soprattutto stilistica, in Zola diventa anche metodo scientifico applicato alla narrativa.
Le teorie di Zola arrivano in Italia grazie a Luigi Capuana, che diventa il principale teorico del Verismo. Capuana riprende l’idea dell’osservazione oggettiva e dell’autore che non deve intervenire con giudizi, ma la adatta al contesto italiano. A differenza di Zola, però, nei veristi italiani c’è meno fiducia nella scienza e nel progresso: la realtà appare più immobile e dominata da un senso di fatalismo. Capuana, quindi, fa da ponte tra il Naturalismo francese e la narrativa italiana.
Se Capuana è il teorico del Verismo, Giovanni Verga ne è il massimo realizzatore. Verga applica fino in fondo il principio dell’impersonalità, facendo parlare i personaggi con il loro linguaggio e la loro mentalità, come se l’autore scomparisse del tutto. Nei suoi romanzi, come I Malavoglia, la vita è vista come una lotta per la sopravvivenza in cui chi tenta di migliorare la propria condizione finisce spesso sconfitto. Rispetto a Capuana, in Verga il Verismo diventa ancora più tragico e pessimista.
Verga concentra la sua attenzione soprattutto sul mondo degli umili; Federico De Roberto, invece, applica lo stesso sguardo verista alle classi aristocratiche. Nei Viceré mostra una famiglia nobile dominata da egoismo, intrighi e sete di potere. In questo modo il Verismo si allarga: non è solo la miseria a essere spietata, ma l’intera società, anche ai livelli più alti. De Roberto accentua così l’idea che i comportamenti umani siano guidati da istinti e interessi, non da ideali.
Dopo la visione materialista e pessimista dei veristi, Antonio Fogazzaro introduce un elemento nuovo: la dimensione spirituale e morale. Nei suoi romanzi, i personaggi non sono solo determinati dall’ambiente sociale, ma vivono conflitti interiori legati alla fede, al dubbio religioso e alla coscienza. Fogazzaro rappresenta quindi un superamento parziale del Verismo: dalla pura analisi della realtà esterna si passa all’attenzione per la vita interiore.
Anche Grazia Deledda mette al centro il conflitto interiore, ma lo colloca in un ambiente arcaico e isolato, la Sardegna. Nei suoi romanzi i personaggi vivono drammi segnati dal senso di colpa, dal destino e da una religiosità profonda e quasi primitiva. Come in Fogazzaro, c’è attenzione alla spiritualità, ma in Deledda il destino ha un peso ancora più forte, quasi inevitabile, che unisce dimensione psicologica e fatalismo.