Capuana è considerato uno dei principali teorici del Verismo italiano, insieme a Giovanni Verga. Si cimenta in diversi generi: romanzi, novelle, saggi e critica.
Per Capuana il romanzo deve analizzare la società, non trasmettere messaggi morali. Rifiuta il romanzo storico e propone una rappresentazione oggettiva e scientifica della realtà, ispirata al metodo sperimentale e al naturalismo francese di Zola.
Nei suoi scritti emerge un forte interesse per le tradizioni popolari siciliane, il folklore e lo spiritismo — come in Il marchese di Roccaverdina (1901).
In questa raccolta poetica, Capuana sperimenta il verso libero, influenzato da D'Annunzio, Verlaine e Carducci.
Cerca di creare un ritmo musicale e armonico ispirato alla metrica latina, mescolando versi di diversa tipologia. Il risultato combina rigore formale e libertà espressiva.
Il marchese di Roccaverdina (1901) nasce da un fatto di cronaca.
Il protagonista è un marchese siciliano che si innamora di Agrippina, una giovane di umili origini. Non potendola sposare, la fa sposare con il suo fattore Rocco Criscione, mantenendo una relazione segreta.
Travolto dalla gelosia, uccide Rocco e fa ricadere la colpa su un innocente. Ma la sua coscienza inizia a tormentarlo.
Il marchese cade in una spirale di angoscia e paranoia. Cerca conforto confessandosi a Don Silvio, ma il suo stato peggiora: si crea un circolo di colpa e sollievo che anticipa temi di Italo Svevo.
Partecipa anche a una seduta spiritica, credendo di comunicare con lo spirito di Rocco.